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TORINO - 29/06/2008RECENSIONI

“Una propria realtà”

di Adriano Olivieri

Uno sguardo alla scena dell’arte: questa è, parafrasando il gergo della cronaca nera, l’opera di Ugo Mulas. Ma di nero nella sua opera c’è solo quello che, con il bianco, ci racconta la leggenda del secolo breve, almeno dell’arte compresa fra gli anni Cinquanta e Settanta.
Lo sguardo speciale che Mulas ha dedicato a pittori e scultori equilibra posa e naturalezza. Gli artisti ritratti sapevano d’essere nel mirino della macchina fotografica, ma Mulas prodigiosamente riusciva a penetrare nel loro mondo, conquistandone l’intimità. E quale fotografia può illustrare meglio questo transfert nel corpo dell’arte se non quella nella quale si autoritrae riflesso in un’opera di Michelangelo Pistoletto? Fotografia alla quale Paolo Fossati aveva dedicato pagine di intensa riflessione estetica.
Sintomatico della ricerca di Mulas, tesa a cogliere un atteggiamento rivelatore della creazione, è il porsi idealmente fra l’artista e l’opera, facendosi diciamo così attraversare dalle seppur minime azioni del fare creativo. Al di là di ogni interpretazione romantica, secondo la quale l’artista agisce freneticamente in preda all’ispirazione, la realtà creativa è molto meno cinematograficamente appetibile, fatta com’è di lunghe attese cariche di tensione e di assordanti silenzi che si possono concludere con azioni, sì, rapide e impetuose ma anche con gesti lenti e calibrati. Questo progressivo avvicinamento che l’artista compie sull’opera, circuendola con gesti essenziali, è l’autentico soggetto di Mulas che non scatta propriamente un ritratto di posa né una foto di cronaca, ma si avvale in modo minimale della consapevolezza del soggetto di essere guardato fermando così un intermezzo operativo in tutto simile a quello stato di sospensione creativa che si diceva.
Mulas, come nelle foto di Fontana mentre finge di produrre un Taglio, si avvale del dialogo che il verosimile, più che il vero, instaura con chi guarda la fotografia e dove il punto di osservazione scelto diventa esso stesso strumento interpretativo dell’opera dell’artista ritratto. Questo atteggiamento selettivo è fuori dalla ricerca dell’istante.
L’attimo non è mai privilegiato in Mulas. Per lui l’esistenza è fatta di attimi essenziali ed equivalenti che non seleziona e sceglie in virtù della loro unicità ma individua e accetta in un campo che gli interessa fra quelli possibili. La scelta sta a priori, nel circoscrivere un proprio territorio a cui segue l’azione mentale, e non meramente ottica, di Mulas, che usa la macchina come strumento capace di registrare totalmente la realtà nelle sue forme di vita.
In questo modo il lavoro dell’artista diventa un testo di “critica d’arte non verbalizzata”, come scrisse Argan a proposito della serie fotografica dedicate a Alexander Calder. Lo strumento per eccellenza di questa intelligenza critica fu il bianco e nero con il quale Mulas seppe esprimersi in modo intelligentemente essenziale. Un modo con cui non riprende degli eventi, ma l’essenza dell’operare artistico nella quale egli stesso è protagonista, attraverso le scelte compiute, e nella quale la sua presenza non influenza ciò che accade ma permette con disinvolta sensibilità che le cose avvengano. Egli non documenta un fatto transitorio, ma con intelligenza critica crea per mezzo del linguaggio fotografico un immagine che analizza il codice delle arti figurative, pittura e scultura (differentemente osservate); un modo inoltre di chiarire a se stesso il proprio lavoro. La sua meditazione critica è integralmente fotografica e non tanto perché ad essa non è concessa la parola, ma perché racconta con immagini coesistenti quanto in origine era un solo soggetto in movimento. Mantiene tuttavia, a differenza della parola scritta, l’integrità dell’opera, non sostituendola con l’astrazione della lingua o con le categorie critiche. Mulas non coglie un’azione pittorica ma, viceversa, l’intero palinsesto generativo dell’opera. Quindi si entra con queste fotografie in un ambito di comprensione delle strategie di un artista piuttosto che nell’effimero racconto di un gesto occasionale.
Nelle immagini di Mulas non accade nulla di particolare; sono momenti apparentemente non interessanti, dove la sequenza narrativa del dramma pare interrotta, come se il fatto importante fosse stato ritagliato, il fotogramma sforbiciato via e rimanesse il contorno dell’azione; questo tuttavia produce uno stato di sospensione nel quale le cose paiono dover accadere improvvisamente; tant’è che l’opera, intesa come l’intero mondo dell’artista, ci sbatte violentemente addosso d’improvviso, senza preavviso. Questo aspetto di immersione sorniona che poi ci coinvolge totalmente è sapientemente predisposto da Mulas che orchestra in modo circostanziato il soggetto, addirittura allontanandosene, immergendolo totalmente nel suo ambiente, come fa con Calder nelle campagne di Sachè e Roxbury, climaticamente variabili come le lamiere ritagliate e appese dell’artista, o per Noland nel Vermont, inquadrato dal “bordo rigido” degli infissi di una bianca finestra. Le opere sono in un immobile divenire del quale gli artisti sembrano non prendervi parte o guardano come un fatto compiuto; anche Burri pare assistere alla combustione senza provocarla. Gli artefici sono a riposo nella loro fucina e se lavorando si adoperano in azioni di quotidiana routine. Proprio questo aspetto apparentemente distante dall’azione creativa e poco interessante restituisce integralmente il pathos della scena dell’arte.

fotografie:
1. Autoritratto di Ugo Mulas, riflesso nell’opera di Michelangelo Pistoletto, "Vitalità del negativo", Roma, 1970
2. Lucio Fontana, Milano, 1964.

La mostra della Galleria Civica d’Arte Moderna di Torino raccoglie, in un’unica rassegna, le mostre dedicate a Ugo Mulas allestite al MAXXI (Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo) di Roma, terminata il marzo scorso, e quella del PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) di Milano, chiusasi in febbraio. Per la prima volta in Italia si assiste a un omaggio corale sull’opera fotografica dell’artista, che permette, grazie al contributo dell’Archivio Mulas, di ammirare circa seicento fotografie delle serie dedicate alle Biennali di Venezia, ai Ritratti, agli Eventi, alla New York del 1964-1967, alle Nuove Ricerche 1967-1969, alle Verifiche e, assolutamente inedite, un centinaio di fotocolor.


Ugo Mulas. La scena dell’arte

26 giugno – 5 ottobre 2008

Da martedì a domenica ore 10.00 – 18.00. Lunedì chiuso

Mostra a cura di Pier Giovanni Castagnoli, Lucia Matino, Anna Mattirolo

Catalogo Electa

GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea

Via Magenta, 31 – Torino

Tel:. 011 4429518


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L'Opera di Ugo Mulas


Riflesso nell’opera di Michelangelo Pistoletto, "Vitalità del negativo", Roma, 1970
Autoritratto di Ugo Mulas
Lucio Fontana, Milano, 1964.
Fausto Melotti, Maggio 1970
James Rosenquist, New York 1964
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